Mandammo il Toro in B

Gennaio 5, 2019 0 di testenelpallone
Fierezza genoana in una foto di repertorio scattata quel rovente 24 maggio 2009 in Torino-Genoa

24 maggio 2009.

Una data che, da tifoso, difficilmente potrò dimenticare. Forse perché fu una delle mie prime trasferte, forse perché non avevo mai visto il mio Genoa così in alto in classifica, forse perché non avevo mai preso così tanto caldo per una partita, forse perché vidi i primi tafferugli con i miei occhi, in prima persona.

Siamo alla penultima giornata di campionato, il Genoa ha 62 punti in classifica e si trova al quinto posto, alle spalle della Fiorentina di Cesare Prandelli, quarta a 67 punti: già certi del ritorno in Europa dopo ben 17 anni, il Grifone era addirittura ancora matematicamente in corsa per il preliminare di Champions League, competizione a cui il Genoa non ha mai partecipato.

Ogni tifoso rossoblù, quella domenica, sperava e voleva ancora credere alla possibilità di poter sentir riecheggiare per tutto lo Stadio Luigi Ferraris, almeno per una calda notte d’agosto, quel dolce motivetto del torneo calcistico per club più importante d’Europa.

Missione praticamente impossibile. La Fiorentina, in trasferta contro il quasi retrocesso Lecce, sembrava aver di fronte la classica formalità, quel piccolo punticino da conquistare per chiudere i giochi alla corsa Champions.

Contro i rossoblù, il Toro di Giancarlo Camolese, ferito e tecnicamente povero, a cui serviva assolutamente una vittoria per non affondare e retrocedere in serie B, e più di qualche speranza era arrivata direttamente dalla squadra, corsara nell’espugnare il San Paolo di Napoli per 2 reti a 1 la domenica precedente. A differenza delle sensazioni dei genoani, i tifosi granata erano quasi certi di ricevere un gradito regalo, dovuto anche dal pluriennale gemellaggio che univa le due tifoserie; ma, si sa, i tifosi non scendono in campo, e in campo sarà una storia completamente diversa da quella che ci si aspettava.

La prima trasferta, la più calda di sempre, in tutti i sensi.

La colonnina di mercurio segna 37° gradi.

Io, il mio caro cuginone e il mio babbo, arriviamo fieremente allo stadio Olimpico di Torino, colpiti da un’afa inaspettatamente tremenda, pronti a godersi le gesta e lo spettacolo dello squadrone di Gian Piero Gasperini, un allenatore che personalmente rimpiango ancora adesso:possesso palla, ritmo tambureggiante, verticalizzazioni, un 3-4-3 fantasia in cui lo spirito di squadra la faceva da padrona, con una colonna vertebrale composta da Rubinho in porta, Ferrari centrale di difesa, Thiago Motta in cabina di regia e Diego el Principe Milito finalizzatore; una squadra costruita per il successo.

Il nostro tifo è assordante: c’è entusiasmo nell’aria (quantomeno nel nostro spicchio), per un Genoa così bello e vincente, che non si vedeva da molti decenni ormai. Si canta e si balla in curva, ancor prima che inizi la partita, una felicità a cui noi genoani non siamo abituati.

Tuttavia, la partita sarà parecchio complicata: soprattutto a causa del caldo torrido, il Genoa non riuscirà ad esprimersi al meglio.

Nonostante i parecchi errori su passaggi banali, il Genoa passa in vantaggio firmato Milito su calcio di rigore, ma i granata pareggiano in mischia con Franceschini, con la retroguardia rossoblù che lascia ben tre giocatori a colpire indisturbati in area di rigore.

In curva aleggia lo spettro del ‘regalo’ ai gemelli granata. Il Genoa stava buttando per davvero una delle pochissime possibilità di successo nella storia ultracentenaria?

Un Genoa brutto e apparentemente senza motivazioni scende in campo per il secondo tempo, e qualcosa inizia a cambiare.

Ci pensa el Pollo Olivera con una punizione magistrale a segnare la rete dell’1 a 2 per i rossoblù. Ricordo di esser andato a prendere la diciottessima bottiglietta d’acqua, e di essermi affacciato verso il campo proprio nell’istante in cui l’uruguagio ha scoccato quel bellissimo tiro: un energumeno mi ha spintonato e preso in braccio e mi ha fatto versare tutta l’acqua appena presa… e di certo non ero dispiaciuto: il Genoa era in vantaggio, di nuovo.

Non ho fatto in tempo a tornare al bar, che sento esultare tutto lo stadio, ovviamente di parte granata: 2-2, dopo 30 secondi circa, di Rolando Bianchi. Nello stesso momento, arriva la segnalazione dello stadio per il gol del Lecce: è 1-0 al Via del Mare, il Genoa vincendo andrebbe a meno 3 dai Viola. Simone Tiribocchi, il Tir, ex Torino.

In quell’istante, tutto il popolo rossoblù ci credeva, di nuovo.

Il tifo è incessante fino a fine partita, ma ai giocatori rossoblù sembra non interessare, o per lo meno non hanno le forze necessarie per segnare un’altra rete della speranza, tanto che in più occasioni, i granata sfiorano il vantaggio della loro speranza, quella di rimanere in serie A.

Minuto 90: quando la partita sembra destinata al pareggio, ecco spuntare l’ultima occasione: il cross al bacio di Juric è raccolto di testa dal Principe Milito, che lo spedisce all’incrocio. E’ 2-3.

Sì, è 2-3.

Diego corre sotto lo spicchio dedicato a noi tifosi rossoblù, è una bolgia. Esultanze incontenibili, urla irrefrenabili, nessuno ci vuole credere.

Ma la storia rossoblù insegna a stare sempre calmi, sicuramente c’è qualcosa che è andato storto, non è possibile che il Genoa stia meritando il pass per la qualificazione alla Champions.

E infatti…. Da Lecce arriva la sentenza: è 1-1, per i Viola ha segnato Jorgensen. La Fiorentina è matematicamente al quarto posto.

Il sogno è svanito, e non è finita qui.

La logica conseguenza è il pensiero comune dei genoani: abbiamo spedito i fratelli granata in B.

Sul campo i granata perdono la testa, Ignazio Abate entra in sforbiciata a centrocampo su Ivan Juric, espulso. La partita si conclude con una rissa generale tra i giocatori, ripresa per quanto possibile con la mia cara vecchia macchina fotografica in questo video:

I tifosi del Toro perdono la testa, il vero capro espiatorio siamo noi, i fratelli genoani: verremo presi d’assalto da cori insultanti, bottigliette piene di urina, insulti “da vetro a vetro”, e non solo.

Abbiamo atteso un’eternità prima che le autorità dessero il via libera per uscire dal nostro settore, più o meno 2 o 3 ore.

Mi ricordo i fumogeni accesi e le bandiere granata sventolanti da tifosi imbufaliti che attendevano solamente la nostra uscita, per sfogare quella rabbia e incazzatura contro di noi, a tutti i costi, mentre attendevamo nell’area interna ai cancelli; solo l’intervento della polizia avrebbe calmato gli animi, anche se qualche tafferuglio non lo evitò.

I danni

Tra discorsi conclamati tra alcuni esponenti delle tifoserie, volò qualche schiaffo e qualche parola di troppo; e la nostra fu una delle tante auto colpite dalla furia granata, a cui ruppero il tergilunotto, il tergicristallo posizionato sul retro della macchina. Ci andò ancora bene, perché su qualche automobile erano presenti ulteriori segni di vandalismo, tra vetri rotti e buchi sulla portiera.

L’amore per una squadra può portare all’esasperazione

Soprattutto quando a ferirti sono i tuoi “gemelli“, quelli con i quali hai condiviso (poche) gioie e (tanti) dolori, con i quali hai sostenuto gli stessi ideali e gli stessi odi, e proprio per questo una partita non deve portare all’odio verso un ‘fratello’, ma deve riuscire ad individuare i reali colpevoli di quella disfatta, a partire dal Presidente e le sue scelte, passando per i tre allenatori incapaci di portare serenità e organizzazione ad un ambiente che avrebbe voluto solamente essere orgoglioso dei propri colori con le gesta dei propri calciatori, con quest’ultimi i maggiori artefici di una sconfitta totale. Eppure si tende sempre a prendersela con il mondo esterno, e non a ricercare le proprie colpe internamente: l’orgoglio ci mette davanti un muro che impedisce di vedere a chi appartengono le reali responsabilità del fallimento, almeno a mente calda.

Perciò,una stagione non può essere salvata alla penultima giornata in casa contro una squadra che lotta per l’Europa, e nemmeno bisogna aspettarsi dei regali, da chiunque.

Quel viaggio si concluse con la rabbia infinita di mio padre, che tornando in macchina giurò di “non tornare mai più in quella città di m****”, la stessa città che dopo quella partita ci rivide allo stadio per ben cinque volte in 9 anni.

In cuor mio, ero felice: il mio Genoa volava e io lo apprezzavo dal vivo, con le persone più care al mio fianco, e con la mia seconda famiglia, i genoani, mi sentivo sempre più parte di qualcosa.

Perché il calcio è una malattia, ma il tifo lo è molto di più.